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c. XXXIII. L’INSTABILITÀ DEL NOSTRO CUORE E LA INTENZIONE ULTIMA, CHE DEVE ESSERE POSTA IN DIO

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DÜRER, Albrecht (b. 1471, Nürnberg, d. 1528, Nürnberg) Virgin and Child before an Archway c. 1495 Oil on panel, 48 x 36 cm
Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo

Capitolo XXXIII

L’INSTABILITÀ DEL NOSTRO CUORE E LA INTENZIONE ULTIMA, CHE DEVE ESSERE POSTA IN DIO

O figlio, non ti fidare della disposizione d’animo nella quale ora ti trovi; ben presto essa muterà in una disposizione diversa. Per tutta la vita sarai oggetto, anche se tu non lo vuoi, a tale mutevolezza. Volta a volta, sarai trovato lieto o triste, tranquillo o turbato, fervente oppure no, voglioso o pigro, pensoso o spensierato. Ma colui che è ricco di sapienza e di dottrina spirituale si pone saldamente al di sopra di tali mutevolezze, non badando a quello che senta dentro di sé, o da che parte spiri il vento della instabilità; badando, invece, che tutto il proposito dell’animo suo giovi al fine dovuto e desiderato. Così infatti egli potrà restare sempre se stesso in modo irremovibile, tenendo costantemente fisso a me, pur attraverso così vari eventi, l’occhio puro della sua intenzione. E quanto più puro sarà l’occhio dell’intenzione, tanto più sicuro sarà il cammino in mezzo alle varie tempeste. Ma quest’occhio puro dell’intenzione, in molta gente, è offuscato, perché lo sguardo si volge presto a qualcosa di piacevole che balzi dinanzi. E poi raramente si trova uno che sia esente del tutto da questo neo, di cercare la propria soddisfazione. Come gli Ebrei, che erano venuti, quella volta, a Betania, da Marta e Maria, «non già per vedere Gesù, ma per vedere Lazzaro» (Gv 12,9). Occorre, dunque, che l’occhio dell’intenzione sia purificato, reso semplice e retto; occorre che esso, al di là di tutte le varie cose che si frappongono, sia indirizzato a me.

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