Crea sito
You are here
Home > Scritti spirituali > Racconti di un pellegrino russo. Primo racconto. Pregate senza posa (IV)

Racconti di un pellegrino russo. Primo racconto. Pregate senza posa (IV)

monte-athos
Il chiostro di Thivaidas sul monte Athos, nell’agosto 2012 – (SAKIS MITROLIDIS/AFP/GettyImages)

Per fortuna, seppi che a quattro verste da lì c’era un villaggio; allora vi andai per cercare un posto e, con mia gioia, Dio mi aiutò. Potei sistemarmi come guardiano presso un contadino, a patto di passare l’estate da solo in una capanna in fondo all’orto. Grazie a Dio, avevo trovato un angolo tranquillo. Fu così che mi misi a vivere e a studiare, secondo i mezzi suggeriti, la preghiera interiore, andando spesso a vedere lo starets.

Per una settimana mi esercitai nella solitudine del mio orticello allo studio della preghiera interiore, seguendo esattamente i consigli dello starets. Da principio, tutto pareva andare bene. Ma poi sentii una gran pesantezza, pigrizia, noia, un sonno invincibile e i pensieri si abbatterono su di me come nuvole. Andai dallo starets pieno di rammarico e gli esposi il mio stato. Mi accolse con bontà e mi disse:

Fratello caro, è la lotta che conduce contro di te il mondo oscuro, perché non c’è nulla che esso tema tanto quanto la preghiera del cuore. Ma il nemico non agisce che secondo la volontà e il permesso di Dio, nella misura che a noi è necessaria. È certamente opportuno che la tua umiltà venga ancora messa alla prova; è troppo presto per arrivare con uno zelo eccessivo alle soglie del cuore, perché correrai il rischio di cadere nell’avarizia spirituale. Ti leggerò ora quel che dice in proposito la Filocalia.

Lo starets cercò tra gli insegnamenti del monaco Niceforo e lesse:

Se malgrado tutti gli sforzi, fratello, non puoi entrare nella regione del cuore, come io ti ho consigliato, fa’ quel che ti dico e, con l’aiuto di Dio, troverai quello che cerchi.

Tu sai che la ragione di ogni uomo sta nel petto… A questa ragione leva via dunque ogni pensiero (lo puoi se lo vuoi) e ripeti il “Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me”. Cerca di sostituire con questa invocazione interiore ogni altro pensiero, e alla fine questo ti aprirà certamente la soglia del cuore: l’esperienza lo garantisce“.

Accolsi con gioia le parole dello starets e tornai alla mia capanna. Mi misi a fare per filo e per segno quel che egli mi aveva insegnato. Per due giorni ci fu qualche difficoltà, poi questo divenne così facile che quando non dicevo la preghiera, sentivo il bisogno di riprenderla ed essa scorreva facile e leggera senza più l’applicazione costretta dell’inizio.

Narrai questo fatto allo starets, che mi ordinò di recitare seimila preghiere al giorno e mi disse:

Sta’ tranquillo e sforzati soltanto di attenerti fedelmente al numero di preghiere che ti è prescritto: Dio avrà misericordia di te.

Per tutta una settimana rimasi nella mia capanna solitaria a recitare ogni giorno le mie seimila preghiere senza preoccuparmi di niente e senza dover lottare contro le distrazioni; cercavo solo di osservare fedelmente il comando dello starets. Che avvenne? Mi abituai così bene alla preghiera che, se mi fermavo anche solo un istante, sentivo un vuoto come se avessi perduto qualcosa; non appena ricominciavo la preghiera, mi sentivo di nuovo leggero e felice. Se incontravo qualcuno, non avevo più voglia di parlare, desideravo soltanto stare in solitudine e recitare la preghiera, tanto mi ero abituato nel giro di una settimana.

Lo starets che non mi vedeva ormai da dieci giorni venne da me egli stesso, a sentire mie notizie; gli spiegai quel che mi accadeva. Mi ascoltò, poi disse:

Eccoti abituato alla preghiera. Vedi, bisogna ora conservare quest’abitudine e rafforzarla; non perdere tempo e, con l’aiuto di Dio, impegnati a recitare dodicimila preghiere al giorno; rimani in solitudine, alzati un poco prima, coricati un poco più tardi e vieni a trovarmi due volte ogni mese.

Mi attenni agli ordini dello starets e, il primo giorno riuscii a malapena a recitare le mie dodicimila preghiere, terminando a sera molto avanzata. Il giorno dopo la cosa mi riuscì più facile e più gradevole; sentii dapprima una certa fatica, una specie di indurimento della lingua e una rigidezza nelle mascelle, ma senza alcuna sensazione sgradevole; quindi avvertii un leggero dolorino al palato, poi al pollice della mano sinistra che sgranava il rosario, mentre il braccio si riscaldava fino al gomito, il che provocava una sensazione deliziosa. E questo non faceva che incitarmi a recitare ancor meglio la mia preghiera. Così per cinque giorni i eseguii fedelmente le dodicimila preghiere e insieme con l’abitudine acquistai anche la gioia della preghiera.

In mattino per tempo fui, si può dire, svegliato dalla preghiera. Cominciai a dire le mie orazioni del mattino, ma la lingua mi si inceppava e non avevo altro desiderio che quello di recitare la preghiera di Gesù. Non appena cominciai, divenni tutto gioioso, le mie labbra si muovevano da sole e senza sforzo. Passai tutta la giornata in letizia. Ero come tagliato fuori da tutto e mi sentivo in un altro mondo; terminai senza difficoltà le mie dodicimila orazioni prima della fine della giornata. Avrei addirittura voluto continuare, ma non osavo superare la cifra che mi era stata imposta dallo starets. I giorni che seguirono continuai a invocare il nome di Gesù Cristo con facilità e senza mai stancarmi.

Andai a visitare lo starets e gli raccontai ogni cosa nei più minimi particolari. Alla fine egli mi disse:

Top