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S. FRANCESCO DI SALES > FILOTEA INTRODUZIONE ALLA VITA DEVOTA > p. IV. c. VI

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San Marco evangelista, di Andrea Mantegna, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte sul Meno

Capitolo VI

IN CHE MODO LA TENTAZIONE E LA DILETTAZIONE

POSSONO ESSERE PECCATO

 La principessa, di cui abbiamo parlato, non può nulla contro la proposta disonesta che le viene fatta, giacché, come abbiamo supposto, le giunge suo malgrado. Se, al contrario, con qualche civetteria avesse dato motivo alla proposta, con cenni d’intesa a colui che la corteggia, senza dubbio sarebbe responsabile della proposta; e anche se ora si comportasse innocentemente, meriterebbe ugualmente biasimo e punizione.

Può capitare qualche volta che la sola tentazione ci metta in peccato, perché ne siamo la causa. Per esempio, so che se gioco, mi adiro facilmente e bestemmio e che il gioco mi è di trampolino a quei peccati: io pecco tutte le volte che gioco e sono colpevole di tutte le tentazioni che mi capiteranno nel gioco. Così pure, se so che certe conversazioni mi portano alla tentazione e alla caduta, e io mi ci metto ugualmente, senza dubbio sono colpevole di tutte le tentazioni che vi incontrerò. Quando la dilettazione che deriva dalla tentazione può essere evitata, accettarla è sempre peccato nella misura che il piacere che ci si trova e il consenso che le si dà è più o meno pieno, persistente nel tempo o solo di breve durata.

È sempre cosa biasimevole per la giovane principessa, di cui abbiamo parlato, se non soltanto ascolta la lurida e disonesta proposta che le viene avanzata, ma, dopo averle prestato orecchio, vi prende piacere e vi ferma sopra il proprio cuore provandone contento; benché ella non abbia l’intenzione di consentire all’atto materiale proposto, cionondimeno acconsente all’adesione spirituale del suo cuore, al godimento che ne ricava; è sempre disonesto aderire con il cuore o con il corpo a un proposito contro l’onestà; la disonestà ha la sua sede nell’adesione del cuore, tanto che senza di quella anche l’adesione del corpo non sarebbe peccato. Quando dunque sarai tentata a qualche peccato, pensa se hai dato volontariamente motivo a quella tentazione; in tal caso la tentazione è già peccato, per il pericolo nel quale ti sei gettata. Questo va detto per quando potevi facilmente evitare l’occasione e l’avevi prevista, o almeno avresti dovuto prevederla. Ma se non hai offerto alcun appiglio alla tentazione, in nessun modo ti può essere imputata a peccato.

Quando la dilettazione che segue la tentazione, poteva essere evitata, e non si è fatto, in qualche modo il peccato è sempre presente secondo che ci si è soffermati poco o molto, e secondo il motivo che ha dato origine al piacere che vi abbiamo provato.

Una donna che non ha dato occasione al corteggiamento e tuttavia prende piacere in esso, è ugualmente da biasimare se il piacere che prende consiste proprio nell’essere corteggiata. Per esempio, se il galante che vuole corteggiarla, suona divinamente il liuto e lei ne gode, non perché le fa la corte, ma per l’arte e la dolcezza del suo liuto, non c’è peccato; sarebbe però molto saggio per lei non rimanere troppo a lungo su quel piacere, per timore di passare dal piacere della musica a quello del suonatore!

Così pure, se qualcuno mi propone qualche stratagemma pieno di inventiva e di astuzia, per vendicarmi del mio avversario, e io non ne godo e non consento alla vendetta proposta, ma mi compiaccio nell’originalità della trovata, non faccio alcun peccato, anche se è opportuno che non ci perda troppo tempo a trovarla una bella invenzione; potrei anche finire col provare un certo piacere nel pensare alla vendetta in sé.

Qualche volta rimaniamo sorpresi da qualche sensazione piacevole che segue immediatamente la tentazione, prima ancora che ce ne siamo accorti; per lo più è soltanto un leggerissimo peccato veniale, che potrebbe anche diventare più grave se, dopo che abbiamo preso coscienza del pericolo, per negligenza ci fermiamo un po’ a contrattare con il piacere, per sapere se dobbiamo accettarlo o se dobbiamo respingerlo; potrebbe essere anche più grave, se, dopo aver avvertito il pericolo, ci fermassimo su quello per vera negligenza, senza alcun proposito di liberarcene.

Ma quando volontariamente e deliberatamente abbiamo deciso di godere di tale piacere, anche soltanto questo proposito, è già di per sé grave peccato, se l’oggetto del nostro piacere è chiaramente cattivo.

È molto grave per una donna coltivare amori peccaminosi anche se ha l’intenzione di mai concedersi fisicamente all’amante.

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