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Sant’Agostino | Il Maestro interiore > GLI SCOPI PRINCIPALI DEL LINGUAGGIO

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MASSYS, Quentin (b. 1465/66, Leuven, d. 1530, Antwerpen)  Virgin and Child
1529 Oil on wood, 68 x 51 cm Musée du Louvre, Paris

GLI SCOPI PRINCIPALI DEL LINGUAGGIO

Agostino: — Cosa ti sembra che intendiamo fare, quando parliamo?

Adeodato: — Per quanto ora mi viene in mente, o insegnare, o apprendere.

Agostino:: — Il primo di questi scopi lo vedo bene e sono d’accordo; è evidente infatti che, parlando, vogliamo insegnare. Ma apprendere, come?

Adeodato: — E come pensi, se non interrogando?

Agostino: — Ma anche in tal caso, per quanto comprendo, non si vuole far altro che insegnare. Ti chiedo infatti: tu interroghi per un motivo diverso da quello di insegnare ciò che vuoi al tuo interlocutore?

Adeodato: — E’ vero.

Agostino: — Vedi dunque che con il linguaggio miriamo soltanto a insegnare.

Adeodato: — La cosa non mi è del tutto chiara. Infatti se parlare equivale semplicemente a proferire parole, secondo me facciamo ciò anche quando cantiamo. E poiché spesso cantiamo da soli, cioè senza che sia presente qualcuno che apprenda, non penso che in questo caso vogliamo insegnare qualche cosa.

Agostino: — Io invece penso che vi è un modo di insegnare mediante il richiamo del ricordo e che è certamente importante, come lo mostrerà l’oggetto stesso di questa nostra conversazione. Se però tu non ritieni che apprendiamo quando ricordiamo né che insegna chi fa ricordare, non ti contraddico. Stabilisco comunque due motivi per parlare: o per insegnare o per far ricordare qualche cosa a noi stessi e ad altri. E’ così che facciamo anche quando cantiamo, non ti pare?

Adeodato: — Niente affatto; è piuttosto raro infatti che io canti per ricordarmi di qualche cosa: lo faccio soltanto per diletto.

Agostino: — Capisco ciò che pensi. Ma non ti rendi conto che ciò che ti procura diletto nel canto è una certa modulazione del suono? E, poiché tale modulazione può essere aggiunta e tolta alle parole, altro è parlare, altro è cantare. Si canta con il flauto e con la cetra; anche gli uccelli cantano; e noi talora, pur senza proferire parole, moduliamo qualche suono musicale che si può chiamare canto ma non linguaggio. Hai qualche cosa da obiettare?

Adeodato: — No, nulla affatto.

Agostino: — Non ti pare dunque che il linguaggio sia stato istituito soltanto o per insegnare o per far ricordare?

Adeodato: — Sarei di questo avviso se non mi turbasse il fatto che sicuramente parliamo quando preghiamo e pur tuttavia non ci è consentito credere che insegniamo o facciamo ricordare qualche cosa a Dio.

Agostino: — Ritengo che non sappia che ci è stato prescritto di pregare nel chiuso delle nostre camerette (nome con cui si indica l’intimità dello spirito) unicamente perché Dio non chiede al nostro linguaggio né che gli faccia ricordare né che gli insegni qualche cosa per esaudire i nostri desideri. Chi parla dà un segno esteriore della propria volontà mediante un suono articolato; Dio invece deve essere cercato e invocato nella profondità stessa dell’anima razionale, che è chiamata l’”uomo interiore”: ha voluto che questo fosse il suo tempio.

Non hai letto nell’Apostolo: Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi; e ancora: E’ nell’uomo interiore che Cristo abita?

E non hai notato la parola del Profeta: Parlate nei vostri cuori e pentitevi nelle vostre camere. Celebrate il sacrificio di giustizia e sperate nel Signore? E dove pensi che si possa celebrare il sacrificio di giustizia se non nel tempio dello spirito e nella camera del cuore? Ora, dove si deve sacrificare si deve anche pregare. Perciò la nostra preghiera non ha bisogno del linguaggio, cioè di parole che risuonano, a meno che non sia necessario esprimere il proprio pensiero, come avviene per i sacerdoti, non perché sia inteso da Dio, ma dagli uomini e questi, per un certo qual consenso in essi suscitato mediante questo ricordo, si rivolgano a Lui. O tu pensi diversamente?

Adeodato:— Sono pienamente d’accordo.

Agostino: — Non ti colpisce dunque il fatto che il sommo Maestro, quando insegnò ai discepoli a pregare, insegnò loro delle parole? Così facendo, sembra che non abbia fatto altro che insegnare come si deve parlare quando si prega.

Adeodato: — La cosa non mi colpisce affatto; infatti non le parole, ma le cose stesse insegnò mediante le parole con cui anche i discepoli avrebbero dovuto ricordare a se stessi chi dovevano pregare e che cosa dovevano chiedere, quando pregavano, come si è detto, nell’intimità dello spirito.

Agostino: — Hai ben compreso; nello stesso tempo, credo, ti rendi conto, sebbene qualcuno lo escluda, che, pur senza emettere alcun suono, tuttavia noi, per il fatto che pensiamo le parole stesse, parliamo nell’intimo della nostra anima. Così anche in questo caso il linguaggio non fa altro che richiamare il ricordo, poiché è la memoria che, rievocando le parole che sono in essa impresse, fa venire alla mente le cose stesse di cui le parole sono i segni.

Adeodato: — Comprendo e ti seguo.

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