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Secondo Racconto. Signore… Gesù… Cristo… (VII)

Papa-Francesco-e-Don-Tonino-Bello

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A un tratto mi apparve lo starets e mi disse:

Non è là che devi leggere

e mi indicò il capitolo 35 di Giovanni di Karpathos, nel quale è scritto: “Talvolta il discepolo è dato in pasto alla vergogna e sopporta prove per coloro che ha aiutato spiritualmente“. E mi mostrò anche il capitolo 41 in cui si dice: “Tutti coloro che si dedicano più ardentemente alla preghiera sono preda di tentazioni terribili e logoranti“. Poi aggiunse:

Fatti coraggio e non abbatterti mai. Ricorda le parole dell’Apostolo: Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (1Gv 4,4). Tu ora hai conosciuto per esperienza che non c’è tentazione che sia superiore alle forze dell’uomo. Perché con la tentazione Dio prepara anche una via d’uscita (1Cor 10,13). E dalla speranza nell’aiuto del Signore sono stati sostenuti i Santi che non hanno trascorso la loro vita soltanto a pregare, ma hanno cercato, per amore, di insegnare e di illuminare gli altri. Ecco quanto ha detto in proposito san Gregorio di Tessalonica: “Non ci basta pregare senza posa secondo il comandamento divino, ma bisogna che esponiamo quest’insegnamento a tutti, monaci, laici, gente istruita o gente semplice, uomini, donne o bambini, onde risvegliare in loro lo zelo per la preghiera interiore“. Il beato Callisto Telicoudas si esprime nello stesso modo: “L’attività spirituale (ossia la preghiera interiore), dice, la conoscenza contemplativa e i mezzi per elevare l’anima non debbono essere tenuti per noi, ma bisogna comunicarli con la scrittura o con il discorso per il bene e l’amore di tutti. E la parola di Dio dichiara che il fratello aiutato dal fratello è come una città alta e forte (Pr 18,19). Bisogna soltanto fuggire con tutte le nostre forze la vanità e vegliare perché il buon grano dell’insegnamento divino non sia disperso dal vento“.

Al risveglio sentii nel mio cuore una gioia immensa e nell’anima una forza nuova. E ripresi la mia strada.

Molto tempo dopo ebbi un’altra avventura; e se volete, ve la racconterò. Un giorno, il 24 marzo, sentii il bisogno veramente invincibile di comunicarmi ai santi misteri di Cristo nel giorno consacrato alla Madre di Dio, in ricordo della sua annunciazione divina. Chiesi se da quelle parti ci fosse una chiesa; mi fu detto che ve ne era una a trenta verste da lì. Camminai tutto quel giorno e la notte successiva per arrivare all’ora di mattutino. Era un tempo da lupi, pioggia, neve, vento e gelo. La strada attraversava un ruscello e non avevo fatto che pochi passi quando il ghiaccio scricchiolò e cedette sotto il mio piede, così caddi in acqua fino alla cintola. Arrivai al mattutino tutto inzuppato, ma riuscii almeno ad ascoltare le preghiere e la messa, durante la quale il Signore mi permise di ricevere la comunione. Per passare quel giorno in pace, senza che nulla venisse a turbare la gioia dello spirito, chiesi a un custode di lasciarmi fino all’indomani nella celletta di guardia. Passai tutta quella notte in una gioia indicibile e nella pace del cuore; ero steso su una panca in quella capannetta non riscaldata, come se riposassi sul seno d’Abramo: la preghiera agiva con forza. L’amore per Gesù Cristo e per la Madre di Dio attraversava il mio cuore con onde benefiche e immergeva l’anima mia in un’estasi consolatrice. Stava scendendo la notte, quando avvertii nelle gambe un improvviso dolore, acutissimo, e mi ricordai allora che erano bagnate. Ma ricacciando il pensiero, mi immersi di nuovo nella preghiera e non avvertii più alcun dolore. Quando al mattino mi volli alzare, non riuscivo più a muovere le mie povere gambe. Erano inerti e molli come uno stoppino; il guardiano mi tirò giù dalla panca e rimasi così due giorni senza muovere un dito. Il terzo giorno il guardiano mi cacciò via dalla baracca dicendo:

Se morrai qui, bisognerà poi correre in giro e darsi da fare per te –.

Riuscii a trascinarmi sulle mani fino alla scalinata della chiesa e vi rimasi disteso. Trascorsi così due giorni circa; le persone che passavano non prestavano alcuna attenzione né a me né alle mie domande. Finalmente un contadino mi si avvicinò e si mise a chiacchierare. Dopo un po’, mi disse:

Cosa mi dai? Ti voglio guarire. Anch’io ho avuto questo stesso male e conosco un buon rimedio.

Non ho nulla da darti – gli risposi.

Cosa hai nel tuo sacco?

Null’altro che del pane raffermo e dei libri.

– Bene, tu lavorerai da me per un’estate se ti guarisco.

Non posso nemmeno lavorare, vedi che ho un braccio che non serve.

Cosa sai fare, insomma?

Niente, salvo leggere e scrivere.

Scrivere? Benissimo. Insegnerai a scrivere a mio figlio, che sa già leggere un pochino e voglio che impari anche a scrivere. Ma i maestri chiedono troppo, venti rubli per insegnare tutto l’alfabeto.

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Mi misi d’accordo con lui e, con l’aiuto del custode, fui trasportato in casa del contadino, dove venni sistemato in un vecchio bagno in fondo al suo podere. Cominciò allora a curarmi. Raccolse dai campi, dai cortili e dagli immondezzai delle vecchie ossa di animali, di uccelli e di che altro ancora: li lavò, li frantumò in piccolissimi pezzi con un sasso e li mise in una grossa pentola; la incappucciò con un coperchio forato e rovesciò il tutto dentro un vaso che aveva interrato. Spalmò con gran cura il fondo della pentola con uno spesso strato di creta e la coprì di ceppi che lasciò bruciare per più di ventiquattro ore. Mentre disponeva i ceppi, diceva:

Tutto questo farà un bel pastone di ossa.

Il giorno dopo dissotterrò il vaso nel quale, attraverso l’orificio del coperchio, era colato quasi un litro di un liquido spesso, rossastro, oleoso e dall’odore di carne fresca; le ossa rimaste nella pentola, da nere e marce, erano diventate di un colore bianco e trasparente quanto la madreperla. Per cinque volte al giorno io mi dovevo frizionare le gambe con quel liquido. Lo credereste? Il giorno dopo mi accorsi che potevo muovere le dita; il terzo potevo piegare le gambe; il quinto mi reggevo in piedi e camminavo per il cortile appoggiandomi a un bastone. In una settimana le gambe erano tornate normali. Ne ringraziai Dio e dicevo tra me: la sapienza di Dio si manifesta nelle sue creature. Delle ossa spolpate e marce, già quasi ritornate alla terra, conservano in sé la forza vitale, un colore e un odore; esercitano un’azione sui corpi vivi, ai quali possono ridare la vita! È un pegno della risurrezione futura. Se avessi potuto far sapere questo portento al guardaboschi con il quale avevo vissuto e che dubitava della risurrezione e dei corpi! Così guarito, cominciai a occuparmi del ragazzo. Scrissi come modello la preghiera di Gesù e gliela feci ricopiare, mostrandogli come vergare le lettere in modo ordinato. Era molto riposante per me, perché il ragazzo prestava servizio tutta la giornata presso il castaldo e veniva da me solo quando il castaldo dormiva, ossia il mattino per tempo. Il fanciullo era sveglio e in poco tempo imparò a scrivere quasi correttamente. Il castaldo, che lo vide scrivere, gli chiese:

castaldo (o gastaldo) s. m. [dal longob. gastald; lat. mediev. castaldusgastaldusgastaldiusgastaldio]. – 1. a. Presso i Longobardi, l’amministratore delle rendite del re, posto sotto la sua immediata dipendenza, con attribuzioni civili, militari, giudiziarie e di polizia, entro i limiti del territorio affidatogli. b. Nell’età comunale, pubblico ufficiale che in alcune città (Venezia, Bologna, ecc.) era a capo delle singole arti o corporazioni, invece del più frequente console. 2. Chi ha cura dei beni di una casa, di una comunità; oggi, più comunem., amministratore di un’azienda agricola, fattore. In Sicilia, nelle province di Ragusa e Trapani, è sinon. di campiere.

Chi ti istruisce? 

Il ragazzo rispose che era il pellegrino monco, che viveva da loro nel vecchio bagno. Il castaldo curioso, era un polacco, venne a trovarmi e mi trovò intento a leggere la Filocalia. Parlò un poco con me e mi chiese:

Cosa leggi di bello?

Gli mostrai il libro.

Ah, è la Filocalia – disse. Ho veduto questo libro dal curato, quando abitavo a Vilna. Ma ho sentito dire che contiene strane formule e modi per pregare, inventati da certi monaci greci sullo stampo dei santoni indiani e di Buchara, che gonfiano i loro polmoni e credono ciecamente, quando riescono a sentire un pizzicorino nel cuore, che questa sensazione naturale sia una preghiera data da Dio. Bisogna pregare semplicemente, per compiere il nostro dovere verso Dio; quando ci si alza il mattino, si recita il Pater come ha insegnato Gesù Cristo; e questo basta per tutta la giornata. Ma a forza di ripetere sempre la stessa preghiera, si corre il rischio di diventare matti e di guastarsi il cuore.

Non parlate in tal modo di questo santo libro, piccolo padre. Non sono dei semplici monaci che l’hanno scritto, ma antichi e santi personaggi che la vostra Chiesa venera, come Antonio il Grande, Macario il Grande, Marco l’Asceta, Giovanni Crisostomo e altri. I monaci dell’India e di Buchara hanno preso la loro tecnica dalla preghiera del cuore, ma l’hanno deformata e guastata, come mi ha spiegato il mio starets. Nella Filocalia tutti gli insegnamenti sulla preghiera interiore sono tratti dalla Parola divina, dalla santa Bibbia, nella quale Gesù Cristo, pur dicendo di dire il Padrenostro, ha affermato anche che bisognava pregare senza posa, dicendo: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima (Mt 22,37); osservate, vegliate e pregate (Mc 13,33); voi sarete in me e io in voi (Gv 15,4). E i santi Padri, citando la testimonianza di Davide nei salmi: Gustate e vedete quanto è buono il Signore (Sal 34,9), lo interpretano dicendo che il cristiano deve fare di tutto per conoscere la dolcezza della preghiera, deve senza tregua cercarvi consolazione e non accontentarsi di recitare una volta il Padrenostro. Sentite. Vi leggo quello che i Padri dicono di coloro che non cercano di studiare la benefica preghiera del cuore. Dichiarano che essi commettono un triplice peccato perché, per prima cosa, si mettono in contraddizione con la santa Scrittura; in secondo luogo, non ammettono che vi sia per l’anima uno stato superiore e perfetto: accontentandosi delle virtù esteriori, ignorano la fame e la sete della giustizia e si privano della beatitudine in Dio; in terzo luogo poi, considerando le loro virtù esteriori, cadono spesso nella soddisfazione di sé e nella vanità.

Tu leggi certo cose molto elevate – disse il castaldo – ma come possiamo, noi laici, seguire simile via?

Ecco, ora vi leggo come degli uomini dabbene hanno potuto, anche se laici, imparare la preghiera perpetua.

Presi nella Filocalia il trattato di Simeone il Nuovo Teologo sul giovane Giorgio e mi misi a leggere. Il brano piacque al castaldo che mi disse:

Dammi quel libro e lo leggerò nei miei momenti liberi.

Se volete, ve lo posso lasciare per un giorno, ma non di più, perché io lo leggo di continuo e non posso farne a meno.

Ma tu potresti almeno copiarmi quel passo; ti darò del denaro.

Non ho bisogno di denaro, ma lo copierò volentieri, sperando che Dio vi dia l’ardore per la preghiera.

don-tonino-belloCopiai immediatamente il passo che avevo letto. Egli lo lesse a sua moglie e tutti e due lo trovarono molto bello. Da quel giorno essi mi mandarono ogni tanto a chiamare. Io leggevo ed essi stavano a sentire, mentre bevevano il tè. Un giorno mi trattennero a pranzo. La moglie del castaldo, una simpatica vecchia signora, stava con noi e, mentre mangiava del pesce ai ferri, inghiottì una lisca. Malgrado tutti i nostri sforzi, non riuscimmo a liberarla; ed essa accusava un forte male alla gola e dopo un paio d’ore dovette mettersi a letto. Si mandò a cercare un medico a trenta verste da lì, e io tornai nella mia stanza piuttosto rattristato. Durante la notte io, che avevo il sonno molto leggero, sentii la voce del mio starets, ma non vidi alcuno. La voce mi diceva:

Il tuo padrone ti ha guarito e tu non puoi far nulla per il castaldo? Dio ci ha ordinato di andare incontro al nostro prossimo che soffre.

Lo aiuterei più che volentieri, ma in che modo? Non so proprio alcun rimedio.

Ecco che cosa bisogna fare: essa ha sempre avuto una ripugnanza fortissima per l’olio di ricino; basta l’odore per provocarle la nausea; se tu le dai un cucchiaio di olio di ricino, lei vomiterà, uscirà la lisca e l’olio lenirà la ferità della gola; così quella povera signora guarirà.

E come potrò farglielo bere, se lei ha una ripugnanza così forte?

Prega il castaldo di tenerle ferma la testa e versale il liquido in bocca con mano ferma.

Mi scossi dal sonno e corsi dal castaldo, al quale narrai ogni cosa nei più minimi particolari. Egli mi disse:

Che vuoi che possa fare il tuo olio? Mia moglie ha già la febbre e sta delirando, il suo collo è tutto gonfio. In ogni modo si può tentare; se l’olio non le farà bene, non le potrà fare nemmeno male.

Versò l’olio di ricino in un bicchierino e riuscimmo a farglielo ingoiare. Ella ebbe subito un conato di vomito e sputò la lisca con un po’ di sangue. Si sentì meglio e si addormentò profondamente. Il giorno dopo andai per sentire sue notizie e la trovai mentre col marito stava sorbendo il suo tè. Erano molto stupiti della sua guarigione, e soprattutto di quello che mi era stato detto in sogno sulla sua ripugnanza invincibile per l’olio di ricino, perché non ne avevano mai parlato con nessuno. In quel momento arrivò il medico: la signora gli raccontò come era stata guarita e io come il contadino mi aveva curato le gambe. Il medico dichiarò:

Non sono due casi straordinari. È una forza di natura che ha agito tutte e due le volte, ma me lo voglio segnare per ricordarmelo.

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(Foto Siciliani)

Trasse una matita dalla tasca e scrisse alcuni appunti su un suo notes. Si diffuse rapidamente la voce che io ero un indovino, un guaritore e un mago; venivano a vedermi da ogni paese, per chiedermi consigli, per portarmi dei regali, e cominciavano a venerarmi come un santo. Allora, dopo una settimana di queste cose, io riflettei ben bene ed ebbi timore di cadere nella vanità e nella dissipazione.

La notte dopo lasciai di nascosto io villaggio. Così ripresi ancora una volta la mia via solitaria, leggero come se una montagna mi fosse caduta dalle spalle. La preghiera mi consolava sempre di più; a volte il mio cuore traboccava di un amore infinito per Gesù Cristo, e da quella meravigliosa pienezza si spandevano in tutto il mio essere onde benefiche. L’immagine di Gesù Cristo era così impressa nella mia anima che, pensando agli avvenimenti del Vangelo, potevo dire di vederli proprio davanti ai miei occhi. Ero commosso e piangevo di gioia, e talvolta sentivo nel mio cuore una tale felicità che non la saprei descrivere.

A volte restavo ben tre giorni lontano da ogni abitato umano e con estasi mi sentivo sulla terra solo, miserabile peccatore davanti a Dio misericordioso e amico degli uomini. Questa solitudine faceva la mia felicità e la dolcezza della preghiera era molto più sensibile che non il contatto con gli uomini.

Infine arrivai ad Irkutsk. Dopo essermi inginocchiato davanti alle reliquie di sant’Innocente, mi chiesi dove potevo ormai andare. Non avevo voglia di rimanere a lungo nella città, perché era molto popolata. Camminavo per le vie e riflettevo tra me. A un tratto incontrai un mercante del paese che mi fermò e disse:

Sei un pellegrino? Perché non vieni a casa mia?

Arrivammo nella sua magnifica casa. Mi domandò chi ero e gli raccontai del mio viaggio. A queste parole mi disse:

Dovresti andare fino all’antica Gerusalemme. Laggiù c’è una santità che non è pari a nessun’altra!

Vi andrei volentieri – gli risposi – ma non ho di che pagare la traversata, perché il denaro che ci vuole è molto.

Se vuoi, ti posso indicare un mezzo – disse il mercante –. L’anno scorso ho mandato laggiù un vecchio che era nostro amico.

Caddi ai suoi piedi, ed egli soggiunse:

Stammi a sentire. Io ti darò una lettera per mio figlio che sta a Odessa e commercia con Costantinopoli; egli ha delle navi, ti farà imbarcare fino a Costantinopoli e di là le sue agenzie ti pagheranno il viaggio fino a Gerusalemme. Non è poi tanto caro.

Ringraziai calorosamente, colmo di gioia, il benefattore e tanto più ringraziai Dio che manifestava il suo amore paterno per me, peccatore indurito, che non faceva alcun bene né a sé né agli altri e che mangiava inutilmente il pane altrui. Sono rimasto tre giorni con quel generoso mercante. Egli mi ha dato una lettera per suo figlio e ora sto andando a Odessa nella speranza di raggiungere la città santa di Gerusalemme. Ma non so se il Signore mi concederà di inginocchiarmi davanti al suo sepolcro di vita.

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